Choking God

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Il caso clinico più rumoroso di Milano-Cortina 2026 è quello di Ilia Malinin.
Qualcuno è ancora convinto del fatto che gli atleti di alto livello hanno un microchip al posto del cervelletto e del propellente a razzo nelle tibie?
L'aspettativa è un concetto talmente stronzo che giustamente se ne frega di tutto...fino a quando il volo pindarico-illusorio chiede giustizia di caduta. Ed è proprio quel 13 febbraio a tirare le somme.
Il ghiaccio di Milano si trasforma in una lastra di ansia pura e il pattinatore statunitense scivola all'ottavo posto, scoppiando in lacrime.
 
 
 
Cos'è successo a Ilia? Semplice: è successo che è umano.
Malinin ha parlato di "battaglie invisibili" e di un "afflusso di ricordi" proprio mentre stava caricando i salti. In gergo tecnico, stiamo parlando di Choking, ossia quel meccanismo che si verifica quando sotto stress il proprio cervello cerca di controllare consciamente movimenti che dovrebbero essere fluidi con il risultato nettamente opposto, ma in parole povere è quello che succede quando il tuo cervello decide di proiettare un film drammatico proprio mentre stai cercando di pilotare un caccia supersonico. E quando parliamo di un atleta come Ilia Malinin, non stiamo analizzando un semplice sportivo di altissimo livello, ma un sistema dove il talento incontra una dinamica familiare unica e la paura di fallire non è quella classica del debuttante, bensì la "Sindrome del Piedistallo", dove l'errore assume i connotati della crisi d'identità. Ilia a Milano ha lottato contro il ghiaccio, ma soprattutto contro l'idea di deludere il mondo che lo vedeva già sul gradino più alto: la sua prestazione ha incontrato la più classica delle profezie che si autoavverano.
C'è un aspetto familiare importante. Ilia è figlio d'arte: i suoi genitori, Tatiana Malinina e Roman Skorniakov, sono stati campioni di alto livello e sono i suoi allenatori. In una dinamica sana, l'atleta torna a casa e trova il supporto incondizionato del genitore. Ma se il tuo allenatore è anche chi ti dà la buonanotte, dove finisce il "debriefing tecnico" e dove inizia l'abbraccio materno? Il pericolo di sovrapposizione dei confini che affonda nei tempi e nella storia personale e familiare dell'atleta è presente. La paura di fallire di Ilia, quindi, è amplificata dal desiderio inconscio di "completare" l'opera dei genitori e non deludere le loro aspettative professionali? Una caduta è solo errore o diviene fallimento nel "business di famiglia"?
Bene.
Qualcuno, adesso, avvisi i propri neuroni specchio: dobbiamo metterci nei panni di Ilia Malinin.
C'è una generazione che sbatte in faccia ai boomer l'importanza della salute mentale, ma soprattutto, chiede a gran voce di resettare limiti e confini dei legami affettivi per emergere ed essere riconosciuti come Persone in carne e ossa. L'inaspettato ottavo posto di Milano è un'opportunità di conoscenza di sè; parafrasando gli Afterhours "Il tuo Diploma in fallimento è una Laurea per reagire".
Perchè facciamo fatica, come società civile, ad accettarlo?
Il prestazionismo ci ha talmente pervaso le membra da non riconoscerci più.

Gli psicologi dello sport, in quanto professionisti sanitari e dunque figure professionali che possono occuparsi realmente di salute mentale, costituiscono un punto di forza vero e reale in merito, agendo
da "mediatore culturale" tra le ambizioni feroci dei genitori-allenatori e la fragilità di un ragazzo che, a vent'anni, ha il peso di un'intera federazione sulle spalle.
Il ruolo di consolatore-mediatore-potenziatore pressochè inutile e fuorviante, lasciamolo a chi ritira premi internazionali sulla base di castelli di sabbia, caramelle all'aglio, occhi da tigre, eccetera.
 
Il nostro è un intervento specifico fatto di scientificità, paragonabile a quello dei tecnici della centralina. Senza un lavoro sulla mental toughness e sulla gestione del focus attentivo, un talento come Malinin è come una Ferrari con un pilota che guida bendato.Agli incoraggiamenti e alle metafore da cioccolatini, gli psicologi dello sport lavorano sulla Gestione della Peak Performance ossia tutto ciò che consente un ottimale funzionamento psicofisico dell'atleta.
Un intervento capace di abbracciare sicuramente gli aspetti sportivi con quelli clinici,che permette all'atleta di servirsi del proprio mondo emotivo, trasformando, in una ristrutturazione cognitiva, quell'odio online di cui parla Ilia in carburante, dove attraverso l'ancoraggio sarà possibile creare i binari possibili su cui far scorrere i pattini. E senza dimenticare la presenza all'interno di uno staff integrato e multidisciplinare, identificando ciò che accade a livello emotivo attraverso analisi video e attraverso l'utilizzo di tecniche specifiche, come ad esempio l'EMDR per neutralizzare la carica emotiva negativa di quel preciso momento di gara o una routine pregara individualizzata per raggiungere la massima concentrazione (imagery e self talk). Ed allo stesso tempo, un lavoro nell'ombra con i genitori-allenatori per stabilire una separazione dei contesti ed una comunicazione adeguata tra le parti. Insomma, uno scudo procedurale affinchè il talento degli atleti possa esprimersi serenamente e senza autosabotaggi.
 
Ilia ci insegna l'umanità oltre la prestazione.
Perchè c'è sempre tempo per raggiungere i propri desideri.
La nostra Federica Brignone, ad esempio, ce l'ha insegnato in un capolavoro di antifragilità.
L'unico fallimento rimane il retaggio culturale figlio di una cultura prestazionista e disumana.
Scomparirà e si estinguerà. Come i dinosauri. Come loro.

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