Costruzione del sé sportivo, il dialogo che guida l’azione, resilienza e durezza mentale, metodologia applicata durante l’allenamento

Il costrutto dell'autoefficacia percepita, rappresenta uno dei pilastri fondamentali della psicologia della prestazione sportiva contemporanea distinguendosi nettamente dal concetto più generico di autostima per la sua natura situazionale e orientata al compito. Nel contesto specifico del portiere tale variabile assume una rilevanza significativa in virtù della singolarità della posizione: egli agisce come ultimo baluardo e primo costruttore del gioco, dovendo orchestrare i movimenti difensivi e sostenere un carico psicologico elevato. Secondo la cornice teorica delineata originariamente da Albert Bandura, l'autoefficacia non deve essere intesa come una dote innata bensì come una configurazione cognitiva dinamica che l'atleta costruisce attraverso l'integrazione di diverse fonti informative ed esperienziali , ad esempio 'allenatore, fondamentale nel creare un ambiente di apprendimento psicologicamente sicuro e nell'integrare l'estremo difensore nelle dinamiche di squadra; dall'altro, il preparatore dei portieri, figura chiave nel fornire feedback mirati, guidare la rielaborazione costruttiva dell'errore e strutturare esperienze di padronanza tecnico-emotiva.
RESILIENZA MENTALE
L'integrazione della resilienza mentale all'interno del profilo prestativo del portiere ne definisce la capacità di processare le avversità emotive e cognitive senza compromettere la spinta motivazionale sottostante. Questo costrutto si manifesta primariamente nella gestione della dimensione emotiva. In seguito ad un errore critico o alla subitanea percezione di una sconfitta, il cervello dell'atleta esperisce una minaccia multidimensionale, sociale e fisica, attivando risposte disfunzionali (per esempio vergogna o rabbia) che tendono a saturare le risorse attentive. In tale frangente a resilienza interviene come meccanismo di regolazione per prevenire il disimpegno psicologico ovvero la tendenza ad alienarsi dal match come forma di auto-protezione dal dolore. Mentre l'atleta vulnerabile interrompe la connessione con la prestazione, il portiere resiliente accetta l'emozione negativa utilizzandola come vettore energetico per la transizione verso l'azione successiva.
La Motivazione è il "Motore" della Resilienza,
come aumentiamo la resilienza del nostro portiere? MOTIVANDOLO
Nel caso del portiere, l’autoefficacia individuale può essere maggiormente influenzata dalla specificità del rapporto che intercorre tra l’atleta, il suo preparatore e l’allenatore.L’ empatia tra questi tre interlocutori, rappresenta un importante punto di appoggio per quanto riguarda la guida del nostro giovanissimo portiere, nella presa di consapevolezza dei propri mezzi.
Stimolare la presa di consapevolezza nel giovane portiere significa addestrarlo ad una sistematica osservazione di sé e della sua prestazione agonistica. Aiutare progressivamente l’allievo a diventare analitico nell’esame delle sue prestazioni, consente il superamento di inutili valutazioni generiche e poco costruttive (“ho giocato bene”, “ho giocato male”) ancora molto diffuse. Analitico vuol dire innanzitutto diventare capace di individuare i gesti tecnici appropriati e quelli meno efficaci messi in atto durante la gara. Un aspetto mentale molto importante per un portiere è l’acquisizione di una salda convinzione nelle proprie capacità tecniche per poter affrontare, con ragionevole fiducia, anche le sfide agonistiche più impegnative. Ci si riferisce qui alla cosiddetta percezione di autoefficacia dell’atleta, una abilità mentale che è bene cercare di coltivare e accrescere lungo tutto il suo percorso di formazione tecnico a partire sin dai primi anni della sua carriera sportiva fino al termine della stessa.
Numerose ricerche in ambito sportivo, hanno infatti riscontrato una forte correlazione tra un adeguato livello di autoefficacia individuale e la probabilità di ottenere prestazioni agonistiche positive. Se dunque un portiere struttura una valida consapevolezza e sicurezza nelle proprie abilità, questo lo faciliterà nell’esprimerle al meglio in partita e anche in presenza di prestazioni meno brillanti , la fiducia in se stesso non verrà meno.
L’allenatore può facilitare la presa di consapevolezza evitando innanzitutto di evidenziare al portiere cosa ha fatto bene e che cosa è stato errato, stimolandolo piuttosto a pensare da solo tramite, ad esempio, la compilazione dopo ogni partita di una piccola scheda con gli atteggiamenti tecnici risultati in campo più o meno efficaci. Questa modalità, se applicata con continuità, indurrà il ragazzo ad auto-osservarsi con una certa sistematicità, sviluppando nel tempo una maggiore consapevolezza sia sulle migliori abilità del suo repertorio (a rinforzo della sua autoefficacia), sia quelle più deboli su cui lavorare con più determinazione per il loro miglioramento.
Se il preparatore cerca di offrire un quadro d’insieme puntuale, analitico, realistico dei progressi anche piccoli evidenziati dal giovane, l’allenatore, grazie alla sua autorevolezza, può riuscire a trasferire nell’ atleta un patrimonio di informazioni utilissime alla crescita del Sé sportivo.
Per fare questo bisogna descrivergli in modo dettagliato ad esempio in cosa, in quali situazioni di gioco, in quali prese di decisione, su quali fondamentali tecnici, in quali atteggiamenti mentali egli ha aumentato la sua competenza e la qualità delle sue performance sportive. Attraverso questo tipo di feedback positivo-descrittivo, le considerazioni espresse dall’allenatore avranno un vero impatto sull’atleta, andando effettivamente a consolidare in lui quegli aspetti di fiducia e di sicurezza, tanto richiesti ad un portiere e così importanti per interpretare al meglio questo difficile ruolo
SELF-TALK COME IMPALCATURA DELLA DUREZZA MENTALE
Per riuscire a comprendere questo fondamentale processo, basti guardare l’esclamazione fatta da Carnesecchi appena parato il rigore di Nico Paz in Como -Atalanta ( c’ho due p***e così c’ho!!), questo rappresenta un caso studio ideale per comprendere come la stabilità interiore e il controllo dei processi di pensiero possano determinare il successo agonistico.
Un elemento chiave che potenzia questa solidità mentale è l'uso strategico del self-talking, ovvero quel dialogo interno, conscio o semi-conscio, che l'atleta utilizza per guidare la propria prestazione. Se la mente di un portiere iniziasse a divagare sulle conseguenze di un eventuale gol subito, la durezza mentale verrebbe meno, lasciando spazio alla rigidità muscolare. Il dialogo interno trasforma il rigore da una minaccia a un problema tecnico da risolvere; la parata su Nico Paz è dunque il risultato di una mente che ha saputo impartire a se stessa le coordinate corrette, filtrando ogni emozione distraente attraverso la griglia del compito motorio. La prestazione di Carnesecchi dimostra che la durezza mentale non è un'assenza di emozioni, ma un'organizzazione superiore del pensiero che, attraverso il self-talking, permette di mantenere il timone della propria performance sia nel mezzo della tempesta che subito dopo averla superata
In sintesi: quell' esclamazione è il segnale che la sua mente ha retto l'urto, ha dominato la paura e ha incassato il successo del gesto riuscito.
A conclusione di tutti i concetti analizzati, il successo del portiere moderno nasce dall'integrazione tra campo e mente: un allenamento basato su obiettivi reali e feedback analitici costruisce un’autoefficacia solida, che permette all'atleta di non sgretolarsi davanti all'errore. Questo equilibrio è sostenuto da un self-talk costante, un dialogo interno che trasforma la pressione in istruzioni tecniche precise, portando alla formazione di una vera durezza mentale.
Luca Pio Di Liddo

















